Due piccole Euforbie primaverili

 

Negli orti, nelle aiuole, nelle fioriere e un po’ ovunque ci sia del terreno fertile smosso, in questi giorni cominciano a spuntare due curiose erbette annuali: le piccole Euforbie primaverili. Meritevoli di scoperta, oltre che per la loro bizzarra bellezza, anche per farne oggetto di un tentativo di comprensione dei meccanismi con i quali si da il nome a piante ed erbe.

Euphorbia helioscopica pianta

Euphorbia peplus pianta

Ma procediamo con ordine e guardate le foto. Le avrete viste o, se ci farete caso senza fretta, le vedrete facilmente. Sono ben note a ortolani e giardinieri proprio perché “erbacce indesiderate”. In quanto ben note, distinte da altre “buone” e perciò avversate, avranno avuto un nome già secoli fa, ma sfogliando manuali di erbe popolari di nomi se ne trovano anche troppi, a seconda delle località geografiche.

Euphorbia helioscopica fiore

Euphorbia peplus fiore

La prima in foto (Euphorbia helioscopica), ad esempio, fortunatamente sembra avere un nome popolare ampiamente riconosciuto in varie regioni italiane: Calenzuola. Però, sia lei che la seconda in foto (Euphorbia peplus), sono anche ampiamente conosciute come “erba da lat” oppure “latarola”, con l’evidente riferimento al lattice biancastro che si sprigiona dal fusticino e dalle foglie quando vengono recise (carattere però condiviso con altre). Cosa voglio dire? In altre parole, se un ortolano trentino si parlasse con un ortolano toscano o pugliese non è detto che, parlando del fastidio di pulire gli orti da queste erbe, intendano le stesse piante.
La necessità di fare ordine in questo caos di nomi trovò un punto d’arrivo nel 1700 con l’opera di Carlo Linneo. Provando a semplificare, egli coniò un primo nome (il genere) che doveva esprimere una parentela sulla base delle strutture riproduttive e, nel nostro caso, ideò la parola Euphorbia (in riferimento ad un antico medico Euforbo) per accorpare tutte quelle con certi tipi di fiori e frutti (guardate le due foto di dettaglio, vedrete in entrambe un piccolo frutto a botticella). Stesso ragionamento di chi propose di chiamare “triangoli” tutte le figure con tre lati e tre angoli (pur diverse tra loro). Un volta accomunate da qualcosa, erano però diverse per altri piccoli caratteri. Così coniò un secondo nome (la specie) per distinguerle (come triangolo scaleno, triangolo isoscele). L’erba conosciuta come Calenzuola, avendo quei precisi tipi di fiori e frutti non poteva non appartenere al genere Euphorbia e divenne nel linguaggio scientifico Euphorbia helioscopica (perché il fiore si rivolge verso il sole). L’altra erba che stiamo osservando, una delle tante “latarole”, a sua volta non poteva non appartenere al genere Euphorbia ma doveva essere distinta dalla precedente e perciò venne battezzata Euphorbia peplus (con aggettivo di etimologia incerta). Curiosità: la Stella di Natale botanicamente è Euphorbia pulcherrima perché, pur diversa per struttura e foglie, ha però ben precise analogie nel dettaglio dei fiori e nei frutti.
Questo, in sintesi, il quadro di riferimento che serve per fare ordine tra tutti i vegetali: ci sono varie violette (genere Viola), vari “oceti de Madonna” (genere Veronica – vedi scheda precedente), varie Querce (genere Quercus) e così via. Ma quale nome è meglio usare? Io non so dare una risposta univoca per tutto e per tutti, però posso dire che la cosa più importante è farsi la consapevolezza del senso e del significato dei nomi e della necessità di scegliere un nome che identifichi (e distingua allo stesso tempo) e che permetta di farci capire da altri e di leggere un eventuale manuale o libretto di fiori ed erbe.
Una aggiunta per le Euforbie: attenzione, tutte sono un po’ tossiche se ingerite e soprattutto il lattice può essere fastidioso se portato agli occhi.

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